POLITICA Giustizia: La Consulta riscrive l’obbligatorietà dell’azione penale
Foto di WilliamCho su PixabayIl dovere di perseguire i reati dall’accanimento processuale.
La Consulta riscrive l’obbligatorietà dell’azione penale
a Cura di Vincenzo Amore
Con la Sentenza 58/2026 (ECLI:IT: COST: 2026:58) Comunicato
Giudizio: GIUDIZIO DI LEGITTIMITÀ COSTITUZIONALE IN VIA INCIDENTALE
Presidente: AMOROSO - Redattore: VIGANÒ
Camera di Consiglio del 12/03/2026; Decisione del 12/03/2026
Deposito del 27/04/2026; Pubblicazione in G. U. 29/04/2026 n.17
Norme impugnate: Art. 554 ter del codice di procedura penale, introdotto dall'art. 32, c. 1°, lett. d) del decreto legislativo 10/10/2022, n. 150.
Massime: Atti decisi: ord. 41/2025
Il dovere di perseguire i reati dall’accanimento processuale.
Con la sentenza n. 58 del 2026, la Corte costituzionale sceglie di stare dalla parte della razionalità, ridefinendo in modo netto il principio di obbligatorietà dell’azione penale e imprimendo una svolta che ha il sapore delle riforme mature, quelle che guardano all’efficienza senza sacrificare le garanzie. Il punto di partenza è tecnico, ma le implicazioni sono profondamente politiche e culturali: l’udienza predibattimentale, introdotta dalla riforma del 2022, non può trasformarsi in una sede di integrazione probatoria. Il giudice, chiarisce la Corte, non deve supplire alle lacune investigative del pubblico ministero. Deve piuttosto verificare, allo stato degli atti, se esista una ragionevole previsione di condanna. Se questa manca, il processo deve fermarsi. È una scelta coerente con una visione moderna della giustizia penale. Per troppo tempo, in fatti, l’obbligatorietà dell’azione è stata interpretata come un automatismo: ogni notizia di reato doveva tradursi in processo, anche in presenza di quadri probatori fragili o incompleti. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: dibattimenti destinati all’assoluzione, carichi insostenibili per gli uffici giudiziari, costi pubblici elevati e soprattutto un impatto umano spesso devastante sugli imputati. La Corte rompe questo schema. L’azione penale resta obbligatoria, ma soltanto in senso sostanziale: è doverosa quando le indagini sono complete e gli elementi raccolti consentono di prevedere una condanna oltre ogni ragionevole dubbio. In caso contrario, il dovere cambia segno: il pubblico ministero deve fermarsi, chiedere l’archiviazione ed evitare un processo inutile. Non è un arretramento dello Stato, ma un suo rafforzamento. Perché uno Stato credibile non è quello che processa tutto e tutti, ma quello che seleziona con rigore, esercitando il potere punitivo con misura e responsabilità. In questa prospettiva, il superamento del favor actionis rappresenta un passaggio decisivo: il dubbio non giustifica più il processo, ma impone prudenza. Il caso da cui nasce la pronuncia, un furto di modesta entità con prove incomplete e potenzialmente decisive non acquisite, è emblematico. La tentazione di attribuire al giudice il potere di colmare le lacune investigative è comprensibile, ma per la Corte sarebbe un errore sistemico. Significherebbe duplicare le attività istruttorie, allungare i tempi e, soprattutto, deresponsabilizzare chi deve condurre le indagini. La responsabilità resta invece ben ancorata al pubblico ministero. È lui che deve costruire un fascicolo solido, includendo anche gli elementi favorevoli all’indagato. È lui che deve decidere, con autonomia e rigore, se esistono le condizioni per sostenere l’accusa in giudizio. Il giudice interviene dopo: come filtro, non come supplente. Il messaggio è chiaro: il processo penale non può essere un passaggio obbligato ma deve diventare una scelta ponderata. E questo ha effetti che vanno oltre il diritto processuale. Ridurre i procedimenti inutili significa liberare risorse, accelerare i tempi, migliorare la qualità delle decisioni. Ma significa anche tutelare meglio i diritti fondamentali, evitando che il processo diventi esso stesso una sanzione anticipata. In controluce, s’intravede una visione europea della giustizia: proporzionata, selettiva, attenta all’impatto concreto delle decisioni pubbliche sulla vita dei cittadini. Non è un caso che la Corte richiami implicitamente i princìpi della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, ponendo al centro la ragionevole durata del processo e la tutela effettiva delle garanzie. Questa sentenza non risolve tutti i problemi della giustizia penale italiana, ma indica una direzione precisa. Meno automatismi, più responsabilità. Meno processi inutili, più qualità. È su questo terreno che si gioca la credibilità delle istituzioni. E, forse, anche la fiducia dei cittadini
