CULTURA LA STORIA NELLA STORIA "Quando faceva i capricci"
Benito Mussolini e Adolf Hitler, la Svizzera e l’invasione rimasta sulla carta
Quando la Storia faceva i capricci
Benito Mussolini e Adolf Hitler, la Svizzera e l’invasione rimasta sulla carta
di Vincenzo Amore
15 ottobre 2026
Nell’estate del 1940, mentre la Francia cedeva all’avanzata tedesca, anche la Svizzera entrò nei calcoli di chi immaginava di ridisegnare l’Europa con la forza. La sua neutralità non bastava a metterla al riparo. Per il fascismo e il nazismo, l’esistenza di uno Stato indipendente nel cuore delle Alpi poteva diventare un ostacolo, un’occasione di conquista o una risorsa da sfruttare, secondo le convenienze del momento.
Quella minaccia ebbe un riflesso concreto anche sulle montagne lecchesi. In Valsassina arrivarono migliaia di soldati italiani: uomini da alloggiare e nutrire, mezzi da sistemare, strade da percorrere durante le esercitazioni. Il confine svizzero non fu attraversato, ma la preparazione militare modificò per mesi la vita dei paesi. È nell’incontro fra questi due piani, le ambizioni dei governi e l’esperienza quotidiana delle comunità, che la vicenda acquista il suo significato.
Le intenzioni di Mussolini verso la Confederazione non furono sempre lineari. Alle dichiarazioni ufficiali di amicizia si accompagnavano propaganda, pressioni e aspirazioni territoriali. Lo storico Mauro Cerutti invita però a distinguere queste manifestazioni dalla preparazione di un’aggressione concreta. Il passaggio decisivo maturò nel quadro della guerra, soprattutto dopo il crollo francese. Anche nell’alleanza con Hitler, inoltre, Roma doveva fare i conti con interessi propri e con il timore di un’ulteriore espansione tedesca. [1]
Il Ticino occupava un posto centrale nelle rivendicazioni italiane, ma non è corretto immaginare una spartizione già definita e concordata in ogni particolare. Progetti territoriali, richieste diplomatiche e studi militari non erano la stessa cosa. Trasformarli in una carta geografica definitiva significherebbe attribuire a quelle intenzioni una coerenza che gli stessi rapporti fra gli alleati non garantivano.
Sul versante tedesco furono elaborati i piani conosciuti come operazione Tannenbaum. Il Dizionario storico della Svizzera ricorda che il 24 giugno 1940 Hitler ordinò di preparare un’occupazione a sorpresa della Confederazione. Il progetto non venne eseguito: la guerra contro la Gran Bretagna e, successivamente, le operazioni a est assunsero un’importanza prioritaria. Sul versante italiano, gli studi riguardanti la Svizzera erano identificati come “esigenza S”. Le due denominazioni vanno dunque distinte, pur appartenendo allo stesso scenario di minaccia. [1, 2]
In Valsassina, intanto, la presenza dell’11ª Divisione di fanteria Brennero rese visibile il peso della mobilitazione. Le ricostruzioni locali, che richiamano le memorie di Andrea Orlandi e le ricerche di Mauro Suttora, parlano di circa diecimila uomini distribuiti fra Pasturo, Primaluna, Maggio di Cremeno e altri centri della valle. Non erano soltanto reparti in movimento: case e cascine vennero adattate alle necessità dell’esercito, mentre cucine, depositi e servizi militari si inserivano nel tessuto dei paesi. [3]
Le cronache restituiscono anche episodi meno solenni della retorica bellica: gli approvvigionamenti, il pane prodotto dai forni da campo, gli avanzi recuperati dai contadini. Raccontano una convivenza fatta di incontri e necessità pratiche, ma anche di disagi. Il passaggio di uomini, animali e automezzi danneggiò strade, prati e boschi. Per la popolazione, il costo della guerra cominciava prima di qualsiasi combattimento e lontano da una linea del fronte. [3]
È importante non attribuire automaticamente a ogni esercitazione il valore di un ordine imminente di invasione. La concentrazione di truppe, i piani studiati dai comandi e la decisione politica di attaccare restano passaggi distinti. La storia della valle documenta la presenza militare e le sue conseguenze; per ricostruire le intenzioni operative occorre affiancarle gli atti degli stati maggiori.
Un documento consente di fissare un punto preciso: il 26 settembre 1940 una nota dello Stato maggiore italiano, firmata dal generale Mario Roatta e richiamata da Cerutti, dispose la sospensione degli studi e dei preparativi relativi all’esigenza S. La svolta precedette l’aggressione italiana alla Grecia del 28 ottobre. Le nuove necessità belliche avrebbero poi portato anche la Brennero sul fronte greco-albanese. La rinuncia all’operazione svizzera non può quindi essere spiegata soltanto con le sconfitte italiane del 1942 e del 1943. [1, 3]
Neppure la sopravvivenza della Confederazione si lascia ridurre a una causa unica. La preparazione difensiva svizzera e il Ridotto nazionale contribuirono alla capacità di resistenza. Contarono anche la situazione internazionale, le priorità dell’Asse e le relazioni economiche con i belligeranti. La neutralità rimase una condizione da difendere e negoziare sotto pressione, non una garanzia automatica di sicurezza. [4]
La mancata invasione non cancellò l’ostilità del regime. Il materiale raccolto per questo articolo conserva il ricordo della campagna propagandistica contro gli svizzeri: un linguaggio che presentava l’autonomia politica del vicino come una provocazione. È il meccanismo con cui una politica aggressiva tenta di rovesciare le responsabilità, facendo apparire colpevole chi non accetta di subordinarsi.
La Svizzera non fu conquistata e i reparti lasciarono la Valsassina. Restarono le tracce materiali della loro permanenza e le memorie di chi li aveva visti arrivare. Fra le carte dei comandi e i racconti dei paesi emerge così una vicenda che merita di essere ricordata senza forzarla: un’aggressione progettata, mai trasformata in battaglia, aveva già imposto il proprio peso alla vita civile.
Quando la Storia faceva i capricci, a pagarne il prezzo non erano le carte geografiche. Erano i soldati destinati a un altro fronte e le comunità che si ritrovavano dentro decisioni prese altrove. Il titolo può conservare la sua ironia; dietro quell’ironia rimangono responsabilità politiche, ambizioni di conquista e conseguenze molto concrete.
Fonti e nota redazionale
Testo di partenza: materiali raccolti nel documento Quando la Storia faceva i capricci_MUSSOLINI, fornito dall’autore. La presente versione riunisce gli argomenti in un articolo nuovo, senza introdurre personaggi o dialoghi inventati.
[1] Mauro Cerutti, L’Italia fascista e la Svizzera nella Seconda Guerra mondiale, Scuola ticinese, n. 232, pp. 38–43. Testo disponibile nell’archivio del Cantone Ticino: https://m4.ti.ch/fileadmin/DECS/DS/Rivista_scuola_ticinese/ST_n.232/ST_232_Cerutti_italia_fascista_e_Svizzera_nella_seconda_Guerra_mondiale.pdf
[2] Walter Wolf, Hitler, Adolf, Dizionario storico della Svizzera, versione del 12 febbraio 2008: https://hls-dhs-dss.ch/it/articles/048732/2008-02-12/
[3] Quando l’esercito “invase” la Valsassina, Il Giorno, ricostruzione che richiama Andrea Orlandi e Mauro Suttora: https://www.ilgiorno.it/lecco/cronaca/esercito-valsassina-4cfebb1c
[4] Guerra mondiale, Seconda, Dizionario storico della Svizzera, versione dell’11 gennaio 2015: https://hls-dhs-dss.ch/it/articles/008927/2015-01-11/
Consultazione delle fonti online: 15 ottobre 2026. Le memorie originali di Andrea Orlandi non sono state consultate direttamente: i riferimenti alla vita locale sono attribuiti alla ricostruzione giornalistica indicata.
Le lunghe citazioni del testo iniziale attribuite a Mussolini e a Carlo Ferrario non sono state riprodotte. Sono state eliminate la presentazione di una spartizione territoriale come accordo definitivo e l’equivalenza fra “Operazione S” e Tannenbaum. La permanenza delle truppe in Valsassina è distinta da un’invasione effettivamente ordinata.
