CRONACA Ospedale Sant'Anna di Como
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CONTRO IL SISTEMA, CONTRO L’ORGANIZZAZIONE INTERNA
Sant’Anna di Como, una donna di 93 anni e ore di sofferenza: la famiglia chiede spiegazioni
di Vincenzo Amore
OSPEDALE SANT’ANNA, SAN FERMO DELLA BATTAGLIA — Novantatré anni, un forte dolore alla schiena e all’anca, la difficoltà a muoversi. Poi l’arrivo in ambulanza e un’attesa che, nel racconto del familiare, diventa sofferenza e senso di abbandono.
È una segnalazione che riguarda il Pronto soccorso dell’ospedale Sant’Anna di como, ma in tutta Italia esiste lo stesso problema.
È la mattina del 29 ottobre 2026. Una vicenda che merita risposte precise, senza condanne preventive ma anche senza liquidare il disagio di una persona anziana come un inconveniente inevitabile.
La ricostruzione qui riportata proviene dal familiare che ha segnalato il caso alla nostra redazione. Disponiamo della documentazione clinica, all’arrivo in pronto soccorso, triage, venne applicato il codice azzurro senza una precisa diagnosi, la registrazione e la valutazione venne prese da una persona allo sportello, si pensa una infermiera. I dettagli vennero dettati dagli accompagnatori dell’ambulanza con sommarie informazioni dettati a loro dalla paziente dolorante e dai famigliari: elementi NON conformi per accertare il malessere della persona.
La cronologia riferita dalla famiglia
Alle 09:15, secondo la segnalazione, la donna arriva in ambulanza, con dolore intenso alla all’anca e alla schiena da alcuni giorni, una mobilità fortemente limitata e i farmaci prescritti dal medico di base, giunto a casa della paziente, non fecero effetto.
Alle 12:30, dopo tre ore e quindici minuti, il familiare riferisce che non sarebbe ancora stata visitata da un medico. Descrive un ambiente affollato, con numerose barelle, e lamenta la difficoltà di ottenere spiegazioni sull’attesa e sulla gestione del dolore.
Alle 14:25, un’infermiera avrebbe comunicato la necessità di accompagnare la paziente a eseguire una radiografia, disposta dal medico che di fatto non l’aveva mai visitata.
Dall’arrivo erano trascorse cinque ore e dieci minuti.
Questo intervallo dimostra, da solo, che non é stata svolta alcuna attività assistenziale. Ma rende necessaria una ricostruzione.
L’attesa va spiegata, il dolore va considerato
Il Pronto soccorso non segue l’ordine di arrivo. La stessa ASST Lariana precisa che la precedenza dipende dalla gravità e che il trasporto in ambulanza non garantisce una visita più rapida. Indica inoltre che durante l’attesa il personale di triage controlla le condizioni cliniche e può modificare la priorità in presenza di variazioni significative. Cosa che non è avvenuta
È un principio necessario: un’emergenza vitale deve essere affrontata prima di una situazione meno urgente. La priorità clinica, tuttavia, non esaurisce il problema dell’assistenza durante l’attesa.
Una persona può dover aspettare e avere comunque bisogno di essere rivalutata, informata e aiutata a gestire la sofferenza. Il familiare deve poter comprendere che cosa stia accadendo, senza essere costretto a interpretare silenzi e movimenti del personale.
La legge n. 38 del 2010 dedica specifica attenzione alla rilevazione del dolore: l’articolo 7 prevede che nella cartella clinica siano riportati caratteristiche, evoluzione e trattamenti effettuati nel corso del ricovero. È un richiamo concreto al valore clinico della sofferenza, che non può essere considerata un dettaglio accessorio.
Radiografia o ecografia: la critica deve restare sul terreno corretto
Il familiare avrebbe contestato la radiografia perché la donna non aveva subito incidenti, ritenendo più indicata un’ecografia. La preoccupazione è comprensibile.
Non spetta a un articolo stabilire quale esame fosse appropriato per questa paziente. La domanda fondata è su quali elementi clinici sia stata decisa l’indagine e come siano stati spiegati alla donna e al suo accompagnatore. Di fatto nessuno ha dato risposte e nessuno si era interessato alla paziente.
Le domande rivolte al Sant’Anna
Alla direzione dell’ospedale e ad ASST Lariana chiediamo di chiarire, nel rispetto della riservatezza della paziente:
- quale priorità fosse stata attribuita e quando fosse avvenuta la prima valutazione medica, che non c’è stata;
- quali rivalutazioni risultino registrate durante l’attesa;
- come fosse stato rilevato e gestito il dolore, con eventuali trattamenti o motivazioni cliniche per non somministrarli;
- quali condizioni di afflusso e organizzazione caratterizzassero il servizio in quelle ore;
- quali informazioni fossero state comunicate alla paziente e al familiare.
Sono domande che consentono di distinguere una difficoltà inevitabile da una criticità organizzativa e, se presente, da una responsabilità individuale.
Non vedere un medico in una determinata corsia non dimostra che fosse assente dal lavoro: potrebbe essere impegnato con altri pazienti. Allo stesso modo, invocare il sovraffollamento , da parte del personale, infermieri e Oss interpellati, non basta a spiegare il percorso assistenziale.
Intramoenia: una questione politica da affrontare senza collegamenti arbitrari
Il caso riapre una discussione più ampia sul rapporto tra assistenza pubblica e prestazioni a pagamento. Occorre però distinguere l’attesa in Pronto soccorso, regolata dalle priorità cliniche. Mentre le liste d’attesa per visite ed esami programmati non compete il pronto soccorso
L’attività libero-professionale intramuraria viene svolta al di fuori del normale orario di servizio, ma non sempre è così. Il Ministero della Salute la descrive come una modalità attraverso cui il cittadino può scegliere il professionista, pagando una tariffa per prestazioni erogate nelle strutture autorizzate.
La disciplina si è sviluppata attraverso diversi interventi normativi. Tra questi figura il decreto legislativo 19 giugno 1999, n. 229, associato alla riforma Bindi.
Secondo AGENAS, l’attività intramuraria non deve incrementare le liste d’attesa né pregiudicare i fini istituzionali del servizio sanitario; sono inoltre previsti limiti rispetto all’attività svolta per il pubblico.
La critica politica può essere netta: un servizio a pagamento non deve prosperare a danno dell’accesso ordinario alle cure.
Nel caso della donna di 93 anni, però, dimostrano un collegamento tra l’attesa denunciata e l’attività privata dei medici. Considerato l’attuale necessità di reperire medici. Il servizio medico assistenziale va garantito. Non vogliamo indebolire il sistema ma Sostenerlo.
Difendere la sanità pubblica significa pretendere che risponda
Non possiamo concludere da questo episodio che tutti i sanitari lavorino poco o che la sanità pubblica non esista più. Possiamo e dobbiamo chiedere che ogni segnalazione circostanziata venga esaminata, che l’organizzazione sia verificabile e che una famiglia riceva risposte sul trattamento del proprio congiunto.
La carenza di personale, quando c’è, va documentata e affrontata. Una disfunzione organizzativa va corretta. Un comportamento inadeguato deve avere conseguenze. Il lavoro di chi assiste con competenza e dedizione va tutelato anche attraverso questa distinzione.
Una donna di 93 anni non può diventare soltanto una pratica in attesa di avanzare. È una persona che soffre, con una fragilità che richiede attenzione e una famiglia che ha bisogno di comprendere.
L’obiettivo di questa denuncia è ottenere una ricostruzione trasparente e, se necessarie, correzioni concrete. L’eventuale risposta di ASST Lariana dovrà trovare spazio insieme alla segnalazione, senza omettere gli elementi che possano chiarirla o rettificarla.
Perché la qualità di un ospedale si misura anche in ciò che accade mentre il paziente aspetta: nell’assistenza, nelle spiegazioni e nella capacità di non lasciarlo sentire solo.
