EVENTI Raffaele, diciassette anni di silenzio e una famiglia che gli è rimasta accanto
La morte del cinquantasettenne di Fino Mornasco apre una riflessione sulla vita dei familiari che accompagnano una persona colpita da una gravissima malattia.
Raffaele, diciassette anni di silenzio e una famiglia che gli è rimasta accanto
La morte del cinquantasettenne di Fino Mornasco apre una riflessione sulla vita dei familiari che accompagnano una persona colpita da una gravissima malattia.
di Vincenzo Amore
FINO MORNASCO — Una vita familiare cambiata improvvisamente, tre figli ancora piccoli e un’attesa durata diciassette anni. Raffaele Primerano è morto a 57 anni, dopo essere stato colpito a quarant’anni da un ictus che lo aveva lasciato in coma.
La sua storia merita uno spazio che vada oltre il cordoglio. Porta a interrogarsi su ciò che accade alle famiglie quando una malattia interrompe la quotidianità e impone di ricostruire ogni equilibrio.
Chi era Raffaele prima del malore?
Era un muratore, un marito e un padre di tre figli. Viveva nella frazione di Andrate ed era impegnato nel volontariato con l’Asd Andratese. Il lavoro, la famiglia e la partecipazione alla vita del paese componevano il suo mondo: una normalità spezzata dall’ictus.
Che cosa è accaduto alla sua famiglia?
Quando Raffaele si ammalò, i figli erano ancora bambini. Sono diventati adulti durante gli anni della sua degenza. La moglie Stella gli è rimasta vicina, recandosi quotidianamente alla clinica “La Villa” di Guanzate. Accanto a lei, i figli Bruno, Alessia e Greta, insieme a parenti e amici.
Perché questa vicenda riguarda anche la comunità?
Perché una malattia gravissima coinvolge un’intera rete di relazioni. Cambiano le abitudini, le responsabilità e il modo di stare insieme. I figli crescono confrontandosi con l’assenza della quotidianità precedente; il coniuge deve trovare nuovi equilibri.
La partecipazione al momento di raccoglimento nella chiesa di San Bartolomeo Apostolo di Andrate e la chiesa di Santo Stefano, a Fino Mornasco, testimonia il legame di Raffaele con il territorio. Ma questa storia invita anche a domandarsi quanto sappiamo restare vicini alle famiglie durante gli anni della malattia.
Quali domande dovrebbe approfondire un’inchiesta?
Quale sostegno psicologico viene offerto ai familiari? Quali aiuti permettono di conciliare lavoro, figli e visite? Esistono servizi di accompagnamento continuativi e facilmente accessibili?
Sono interrogativi da rivolgere alle istituzioni, ai servizi sociosanitari e alle associazioni.
Quale significato resta di questi diciassette anni?
Resta una storia di vicinanza. Una moglie, tre figli e una rete di affetti hanno continuato a riconoscere in Raffaele il proprio familiare, oltre la condizione clinica.
Raccontarlo significa restituire spazio alla persona e, insieme, portare l’attenzione su chi accompagna un malato nel tempo. Perché alla solidarietà dei giorni del lutto dovrebbe affiancarsi una presenza concreta durante tutti quelli che lo precedono.
