CULTURA Dante contro l'usura
Quando il debito diventa una catena, il denaro diventa potere.
La lezione dell’Inferno torna nel presente: il problema non è chi possiede il denaro, ma cosa è disposto a fare con il bisogno degli altri. Il debito può essere uno strumento di libertà. Ma quando diventa una condanna psicologica, l’uomo rischia di diventare prigioniero della cifra che deve restituire.
Dante non condanna un popolo. Non condanna una razza. Non condanna una religione. Condanna un comportamento.
Nel VII cerchio dell’Inferno, tra coloro che hanno trasformato il denaro in uno strumento di sopraffazione, stanno gli usurai. La loro borsa, esibita come un marchio, diventa il simbolo di una ricchezza separata dal lavoro, dalla responsabilità e soprattutto dall’uomo.
È una scena medievale che parla con una voce sorprendentemente contemporanea.
Perché il problema dell’usura non appartiene a un popolo, a una fede o a un’identità. Appartiene alla natura del rapporto che si stabilisce tra chi ha bisogno e chi possiede la possibilità di soddisfare quel bisogno.
Ed è proprio qui che Dante diventa attuale.
Il Medioevo aveva bisogno del credito e, nello stesso tempo, lo guardava con sospetto. In alcune realtà gli ebrei, esclusi da numerose attività economiche e professionali, furono autorizzati a esercitare attività creditizie. Da questa particolare situazione storica nacque nei secoli uno stereotipo che avrebbe prodotto una pericolosa confusione: attribuire a un'intera identità religiosa un'attività economica praticata soltanto da una parte degli individui.
Ma la storia non è uno stereotipo.
Anche cristiani praticavano il credito. E moltissimi ebrei svolgevano attività completamente diverse. La responsabilità appartiene alle persone e alle loro scelte, non ai popoli.
Dante, dunque, ci porta altrove.
La domanda vera non è: chi presta il denaro?
La domanda è: che cosa accade quando il bisogno di un uomo diventa l’occasione per esercitare potere su quell’uomo?
Il credito, quando sostiene la vita, è uno strumento. Può consentire a una famiglia di superare una difficoltà, a un giovane di costruire il proprio futuro, a un’impresa di nascere.
Ma quando il bisogno diventa una merce, il significato cambia.
Una famiglia può smettere di essere una famiglia e diventare una pratica. Un uomo può smettere di essere un uomo e diventare un numero. La sua storia può essere cancellata e sostituita da una parola: insolvente.
È allora che il debito smette di essere soltanto economico.
Diventa psicologico.
Diventa identità.
Il debitore può cominciare a guardarsi attraverso ciò che deve. La cifra entra nella coscienza. Produce vergogna, paura, isolamento, senso di colpa. Il futuro, invece di apparire come uno spazio aperto, viene percepito come qualcosa già impegnato, già ipotecato, già appartenente a qualcun altro.
Il debito può diventare una forma invisibile di prigionia.
La catena più pesante, infatti, non è sempre quella che si vede. È quella che l’uomo porta dentro di sé quando comincia a credere che il proprio valore coincida con la propria solvibilità.
Ed è qui che la domanda di Dante attraversa sette secoli e arriva fino a noi:
quanto vale un uomo quando non riesce più a pagare?
La risposta dovrebbe essere ovvia, ma non lo è affatto.
Vale quanto valeva prima.
Vale quanto vale un essere umano.
Non meno.
Il suo valore non può essere stabilito dal conto corrente, dal patrimonio, dal reddito, dalla garanzia offerta o dalla capacità di restituire un debito.
Quando accade il contrario, si produce un rovesciamento inquietante: non è più il denaro a essere al servizio dell’uomo. È l’uomo a essere messo al servizio del denaro.
È questo il punto in cui Dante torna a essere profetico.
Il vero inferno non è la moneta. Non è il credito. Non è il mercato.
Il vero inferno comincia quando il profitto diventa cieco davanti alla sofferenza.
Quando dietro una rata non si vede più una famiglia. Quando dietro una posizione debitoria non si vede più una persona. Quando dietro un numero non esiste più una storia.
Il cosiddetto “sterco del diavolo” non è dunque il denaro in sé. È l’avidità che trasforma la fragilità dell’altro in un’occasione di guadagno.
Una società può essere ricchissima e, nello stesso tempo, poverissima di umanità.
Può possedere algoritmi sofisticati, mercati globali, strumenti finanziari complessi e avere dimenticato una verità elementare: nessun bilancio vale più di una persona.
Dante non ci chiede di abolire il denaro.
Ci chiede qualcosa di molto più difficile: non permettere al denaro di diventare la misura dell’uomo.
Perché non esistono popoli maledetti. Non esistono religioni colpevoli per natura. Non esistono identità condannate alla disumanità.
Esistono scelte.
Esiste l’avidità.
Esiste la responsabilità.
Ed esiste, sempre, la possibilità di scegliere se usare il denaro come strumento o trasformarlo in strumento di dominio.
Sette secoli dopo Dante, la domanda resta davanti a noi.
Non è soltanto una domanda economica.
È una domanda morale.
È una domanda politica.
È una domanda psicologica.
È, soprattutto, una domanda sull’uomo.
Che cosa resta di una società quando comincia a valutare una persona secondo ciò che possiede e non secondo ciò che è?
Dante ha già dato la sua risposta.
Sta a noi decidere se ascoltarla.
Il denaro deve servire la vita.
Mai la vita servire il denaro.
Dott. Gilberto Di Benedetto
Psicologo, psicoterapeuta, esperto in sindromi debitorie
